Ricordo di Luciano Vandone, uno stratega economico per l’Alessandria di oggi e domani

Ho conosciuto Luciano Vandone negli anni Settanta, quando era il brillante capogruppo della DC in Consiglio comunale ad Alessandria, un baluardo su cui costruire principi e consuetudini di un lavoro in aula che non era certo facile riprodurre da parte dei più giovani. Le battaglie verbali e di iniziativa politica si sviluppavano in lunghe e dotte dissertazioni fra i banchi di Palazzo Rosso. Memorabili i suoi interventi sul bilancio, in cui bacchettava e prendeva di mira decisioni che la sinistra di questa città riteneva iconiche e che Vandone demoliva pezzo per pezzo. Serietà e divulgazione, critica e ricostruzione erano i parametri del suo lavoro consiliare. Gli occorreva tempo e quando il sindaco Mirabelli, dopo il 1985, gli comunicò in aula che il tempo del suo intervento era fissato in dieci minuti, rispose laconicamente con il tono aristocratico che lo caratterizzava: “Bene, presidente, allora mi limiterò a leggere i titoli dei paragrafi del mio intervento!”.

Ma non c’era solo il capogruppo in quel docente universitario di economia internazionale che si votava alla città e che giungeva da un’esperienza nell’esecutivo del capoluogo con i sindaci Abbiati e Magrassi, esperienza che aveva caratterizzato l’epoca della programmazione, una novità essenziale, un vero cambio di approccio nell’amministrazione alessandrina tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Con lui un altro giovane assessore, Claudio Simonelli e un intellettuale in appoggio come Dario Fornaro.

Non c’era solo il banchiere insediato con Gianfranco Pittatore alla Cassa di Risparmio di Alessandria nel ruolo di vicepresidente. Al di là del prestigio dell’insegnante, dell’autore di importanti testi economici, c’era l’applicazione politica, la volontà di collaborare a costruire il bene comune non solo di Alessandria, ma anche del Paese. Consigliere economico, nei primi anni Ottanta, del presidente del Consiglio Giovanni Goria, aveva collaborato a redigere testi legislativi con il Parlamento e con grandi istituzioni italiane.

Tutto questo portato lo offriva senza richiamarlo, quasi fosse da scoprire giorno dopo giorno in quel suo eloquio secco, preciso, senza impuntature, che, in una città di provincia, sembrava giungere da Urano, tanto era elegantemente dissonante rispetto a coloro che a lui si contrapponevano.

Poi la lunga assenza dai banchi del Consiglio per ritornarvi, dietro mia insistenza e condivisione delle sue istanze, all’inizio del terzo Millennio, quando era iniziata una nuova stagione del suo cursus honorum politico-istituzionale, fino a giungere, nel 2007, ad accettare il ruolo di assessore al Bilancio e Servizi finanziari, Indirizzo e controllo strategico delle aziende partecipate, dei consorzi, Rapporti con l’Università e il Politecnico. Con un’essenziale caratteristica: Luciano Vandone era un economista incastonato come un brillante nell’amministrazione comunale, non un contabile come da tradizione, ma un protagonista, uno stratega del presente e del futuro della città. Molti i traguardi da lui raggiunti: il lavoro sugli asset comunali, l’aumento considerevole del patrimonio, la tecnica delle concessioni come strumento per non perdere proprietà, ma generare utili a medio-lungo termine, la specializzazione di alcune partecipate, fino a giungere al Piano strategico, elaborato con i cittadini e redatto insieme ad un altro economista e docente universitario, Valerio Malvezzi, con lo scopo di delineare un domani di sviluppo per Alessandria.

Sviluppo, in effetti, era una delle parole che utilizzava di più e, nelle sue spiegazioni in Giunta, insegnava che crescita non era la stessa cosa e che occorreva, per fronteggiare la crisi del 2008, essere anticiclici, pur in una realtà modesta territorialmente come Alessandria. Una lezione alta, intensa, che cercava di mettere in pratica non senza spregiudicatezze nelle decisioni operative, unita da una grande tutela del patrimonio comune. Come quella valutazione portata a termine – ma poi fermata dall’amministrazione seguente – dell’allora AMIU, il cui 49% era stato prezzato in circa 45 milioni di euro. Non solo. Occorre infatti menzionare la sua profonda competenza nelle architetture societarie. L’operazione di concessione delle farmacie – non di vendita, come erroneamente si tramanda – si basava su una sofisticata tecnica di fusione inversa, in cui Alessandria si trovava, in una nuova società, a detenere il 20% di farmacie e un magazzino farmaceutico, che mai aveva avuto.

Questioni tecniche, si dirà, ma che mostravano come Vandone sapesse governare quadri economici e finanziari complessi pur in tempi assai ristretti e limitati, confrontandosi con commercialisti, notai, responsabili di diverse istanze economiche.

Certo, alcune idee non potevano essere così semplici da far passare, come quando avevamo stipulato un accordo con l’amministrazione meneghina di Letizia Moratti per collegare l’ATM locale a quella milanese. Potevano i piemontesi lasciare che i trasporti pubblici locali di Alessandria migrassero dove la storia li aveva collocati per secoli, cioè con Milano? E allora ecco le critiche politiche, in alcuni momenti sanguinarie, che però non offrivano quasi mai linee alternative da contrapporre alle sue vedute.

E quando la politica è debole e non riesce a sconfiggere l’avversario, può pensare di trovare un surrogato nella giustizia e perdere completamente il senso della complessità degli eventi. Diventa un esercizio di una modestia sconvolgente il dover ricostruire l’ideazione, lo sviluppo, il dibattito, la formazione delle decisioni, il confronto con i cittadini in un’aula di tribunale, che probabilmente non sancirà la verità, ma di sicuro la fine di un’esperienza che, in democrazia, sarebbero i cittadini a dover dirimere e non un potere sostitutivo. Eppure andrà così, disperdendo un patrimonio di competenze e professionalità che ancora oggi sarebbe utile alla città avere.

Quattordici anni di sofferenze fisiche e psicologiche non avevano fiaccato i momenti di lucidità che ancora offriva. Lo avevamo chiamato per due lezioni, brevi ma intense, alla Summer School dell’UDC e si era impegnato come sempre. I guizzi interpretativi sull’economia mondiale, la profonda analisi sui mali e sui pregi del sistema di mercato si erano affastellati in quei dialoghi con i discenti. Sono state le ultime uscite pubbliche di Luciano Vandone, che però – sempre “armato” di un rosario in tasca, come ricorda Paolo Ansaldi – ci aveva ancora offerto la sua visione, non mancando di citare alcuni passaggi decisionali che riguardavano il Comune di Alessandria e la città che amava.

Se ne è andato il 22 maggio, giorno di Santa Rita, a cui era devoto, non mancando la sua presenza alla Messa vespertina che si celebrava nel Santuario della Madonna di Loreto in via Plana. Una partecipazione discreta e quotidiana, che aveva riempito la sua esistenza di sofferenza negli ultimi anni. Non aveva però smesso di pensare al futuro, specie della città, e più di una volta, in questi ultimi anni, mi aveva consegnato i suoi ragionamenti su Alessandria, che ora trattengo come vividi preziosi di un pensiero indomito.

Piercarlo Fabbio

sindaco emerito di Alessandria

FOTO LA GRECA

Autore

Condividi: