Una riflessione in vista del referendum costituzionale. Tra riformismo, responsabilità e rifiuto della disinformazione.
Non è un bel sistema quello di far politica con le menzogne.
E non lo è tanto più quando si parla di una riforma costituzionale, cioè delle regole fondamentali della convivenza democratica, che dovrebbero stare al riparo dalla propaganda e dall’allarmismo.
Eppure, attorno a questo referendum, una parte del fronte del No ha scelto consapevolmente un’altra strada: quella della paura, della deformazione dei contenuti, della costruzione di un racconto tossico in cui ogni cambiamento viene descritto come un attentato alla Costituzione e ogni riforma come l’anticamera di un regime. In sintesi, questa modifica costituzionale non sarebbe altro che una picconata alla democrazia.
Penso sia legittimo votare No, così come dissentire. Non lo è raccontare il falso.
A smentire questa narrazione non sono soltanto i sostenitori del Sì. Lo fa, con parole nette, Enrico Morando, riformista di lungo corso, uomo della sinistra del nostro territorio, con incarichi a livello nazionale. Quando Morando afferma che non c’è alcun attentato alla Costituzione né alcuna deriva autoritaria, non parla certo da tifoso, ma da osservatore che conosce a fondo i meccanismi istituzionali e ne ha sperimentato limiti e contraddizioni.
L’evocazione del “regime” è l’esempio più chiaro di questa distorsione. Si sceglie una parola forte, che colpisce l’immaginario, ma non spiega la realtà e ci allontana dalla verità. Del resto, nel testo sottoposto a referendum non c’è nulla che giustifichi simili allarmi: non vengono cancellati i contrappesi, non viene svuotato il Parlamento, né l’autogoverno della Magistratura. Non viene ridotto il ruolo del Presidente della Repubblica, non vengono compresse le libertà dei cittadini. Si tenta, piuttosto, di correggere assetti che negli anni hanno prodotto criticità: tempi lunghi nell’accertamento delle responsabilità; sbilanciamento, in sede giudiziaria, a favore dei PM; difficoltà nella gestione del ruolo di terzietà del giudice naturale. Molti avvocati sintetizzano così questo squilibrio: “in udienza il PM è il figlio prediletto del giudice”.
Un discorso analogo vale per la campagna condotta da settori della CGIL e da una parte dell’ANM. Qui la questione è ancora più delicata, perché si assiste a una pericolosa sovrapposizione dei piani: il ruolo sociale e istituzionale viene piegato a una battaglia politica, e l’autorevolezza diventa argomento, non responsabilità. Si insinua che la riforma nasconda un disegno punitivo verso la magistratura o una compressione della sua indipendenza, quando nulla di tutto questo trova riscontro nel testo. È una rappresentazione che confonde, alimenta sospetti e non aiuta a chiarire. Nel tempo della Repubblica, molti organismi sono stati sottoposti a riforma. Non la magistratura. Non è forse, questo, un adeguamento alle nuove condizioni culturali e sociali, senza perdere rispetto e tutela dell’autonomia dei giudici?
Ho aderito ai Popolari per il Sì per una ragione semplice, che è prima culturale che politica. Il popolarismo democratico non è mai stato conservazione dell’esistente. È sempre stato riforma, assunzione di responsabilità, equilibrio tra i poteri, centralità delle istituzioni rappresentative. Alcide De Gasperi governò l’Italia in condizioni infinitamente più difficili delle nostre, senza mai considerare le istituzioni come reliquie intoccabili. Per lui le riforme non erano un rischio per la democrazia, ma lo strumento per renderla stabile, credibile, capace di durare.
Votare Sì non significa credere che una riforma risolva tutto. Significa rifiutare l’idea che la democrazia si difenda lasciandola immobile. Significa chiedere regole più chiare, istituzioni più solide, una politica che torni ad assumersi le proprie responsabilità senza scaricarle su alibi tecnici o su conflitti permanenti.
Come popolari, come riformisti, come forze responsabili, come UDC questa campagna referendaria dovrebbe partire da un impegno elementare: dire la verità. Spiegare cosa c’è nel testo e cosa non c’è. Smontare le bufale, una per una. Rivendicare il diritto di cambiare senza essere accusati di voler distruggere.
Il confronto è legittimo. La menzogna no.
Piercarlo Fabbio
Commissario provinciale UDC Alessandria
























