Via le servitù carcerarie nel centro della città

L’opinione e le proposte di Piercarlo Fabbio raccolte da Alessandria24, quotidiano on line. Ecco l’articolo

da https://www.alessandria24.com/2026/01/07/piercarlo-fabbio-alessandria-servitu-carcerarie-e-soluzioni-possibili/

La questione sollevata dal direttore Taggiasco, a seguito delle dichiarazioni del sindaco Abonante, non è peregrina, anzi. Il primo cittadino pecca almeno di eccessiva semplificazione, perché avere un carcere in pieno centro cittadino è già di per sé stessa una vicenda che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli ad ogni amministratore pubblico. Eppure, è stata, almeno da quindici anni, trascurata se non addirittura ritenuta problema d’altri. Del resto, il regime penitenziario è competenza della Stato e cosa c’entrerebbe un Comune?

Molto. E posso spiegarlo. Nel 2009/2010, durante il mio mandato, avevamo cercato una soluzione a quella che viene chiamata una “servitù carceraria” per la città. La discussione non era sorta all’improvviso. Persino il Consiglio di Quartiere Centro, negli anni Ottanta, aveva posto alle allora amministrazioni socialcomuniste il tema del penitenziario di piazza Don Soria, che, ovviamente, era rimasto irrisolto. Mentre felicemente era stato condotta a soluzione l’altra servitù, quella del giudiziario di via Parma, con la riqualificazione a parking urbano.

Qual era la soluzione individuata dall’Amministrazione da me presieduta? Quella di mettere intorno ad uno stesso tavolo più soggetti, senza lasciare che solo lo Stato prendesse iniziative. Così si era riusciti a far discutere l’amministrazione penitenziaria nazionale e regionale, l’iniziativa privata e il Comune. Ognuno di questi aveva in mano una leva risolutrice: lo Stato premeva per poter spostare il “Don Soria” in una nuova ala del carcere di San Michele; il privato poteva costruire tale nuova struttura, permutando l’area attuale occupata dal carcere in pieno centro città e mettendola a reddito; il Comune avrebbe avuto l’incarico di ridisegnare le destinazioni d’uso urbanistiche della zona e di tutelare, insieme alla Soprintendenza, le parti più storiche del carcere, che, come si sa, era stato costruito a metà Ottocento sul sedime prima occupato dal convento di San Bernardino. Quindi non ci stava solo un’operazione di liberazione urbana da una struttura pericolosa (inutile ricordare la rivolta del 1974 e i sei morti della barbarie), ma anche una riqualificazione interessante della zona, ove sarebbe rimasta solo l’attuale caserma, che avrebbe potuto anche trovare un’altra soluzione residenziale. In aggiunta si sarebbe realizzato pure un recupero di radici storiche della città e della sua storia.

La stessa Amministrazione penitenziaria riteneva il carcere di San Michele e una sua potenziale nuova ala come ben più difendibile, rispetto al “Don Soria”, peraltro ora intitolato a Cantiello e Gaeta due vittime della rivolta del 1974. Sul sito di Antigone la struttura viene presentata come “in stato di grande degrado e necessiterebbe di ampie ristrutturazioni un po’ ovunque: nelle sezioni detentive, negli spazi comuni, negli uffici degli operatori.”

In allora si era arrivati ad un buon punto nel delineare la soluzione al problema e negli archivi dell’Amministrazione comunale dovrebbe esserci ancora l’epistolario fra i soggetti interessati e le varie disponibilità raccolte dal Comune, prima di dare il via ai bandi pubblici necessari e alle delibere di variazione urbanistiche. Salvo che furie iconoclaste non abbiano preso un tesoro per banali scartoffie.

Dopo di allora, però, la questione non ha più trovato soluzione e tutto è rimasto come prima. Ora si pensa allo Stato come unico soggetto responsabile, quando è palese che ognuno abbia un suo ruolo. Anche il Comune, che almeno fino a poco tempo fa, ad esempio, pensava alla logistica come risorsa per il rilancio del territorio, per poi nicchiare a lungo. Anche in questo caso, dopo la vendita a tal fine, avvenuta durante il mio mandato, del sedime di San Michele, nulla si è realizzato e l’iniziativa di alcuni imprenditori si è scontrata più volte con le chiusure più o meno esplicite del Comune.

Ma forse il collegamento un po’ avventato tra delinquenza, insicurezza e logistica, che il sindaco Abonante ha ricordato, finisce per avere solo una giustificazione spaziale, visto che il carcere di San Michele è proprio sito innanzi all’area della Schiccavela, venduta dal Comune per una grande realizzazione e che negli ultimi quindici anni ha visto solamente lo spostamento del canile Cascina Rosa. Un po’ poco…

Piercarlo Fabbio

DCF 1.0

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